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max3w
sciami di pensieri, ogni tanto qualcuno mi punge
sentimenti
14 maggio 2009
Amore come libertà e non come prigione



Credo che molto spesso in amore si tenda a distruggere lalibertà dell'altro o quanto meno a limitarla. Bisognerebbe invece esaltare leproprie individualità. L'amore non dovrebbe fluire nella dipendenza, ma nellalibertà: io sto bene da solo, ma scelgo di stare con te.
Questo è amore, diversamente diventa solo una malattia didipendenza dall'altro.

http://www.massimopetrucci.it


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DIARI
18 aprile 2009
il mio Truman Show

Ecco, qualche volta mi sembra si essere Truman. 
Come se tutto il mondo mi stesse osservando.
Come se la mia vita fosse stata creata in base alle aspettative altrui. Tutto è solo ciò che appare.
Le pareti sono di compensato, i mobile di cartapesta.
Allora penso che se corressi in fretta, fin dietro l’angolo, troverei gli esterni del set del mio film.
Ma non faccio mai abbastanza in fretta. Quando arrivo hanno già costruito un’altra strada… e un’altra ancora.


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sentimenti
29 gennaio 2009
L'aberrazione del matrimonio

Bisognerebbe scegliere di essere in rapporto con gli altri, tra cui anche la persona amata.

Dovremmo scegliere, per la nostra crescita, la persona la quale in questo momento, nel periodo “storico” della nostra vita, meglio soddisfa le nostre aspettative.

Prima di tutto però, bisognerebbe imparare ad amare se stessi, coltivare la gioia dentro di sé, perché solo quando ne avremo abbastanza potremmo condividerla con gli altri, altrimenti il nostro amore si esaurisce presto e finisce per essere noioso.

Dovremmo renderci conto che da soli o con gli altri, noi restiamo ciò che siamo, non dovremmo pensare alla solitudine come qualcosa di cui liberarci, perché spesso è proprio questo che ci spinge a cercare l’altro, che poi una volta trovato, dopo qualche tempo, inizia a non bastarci e ci sentiamo nuovamente soli ed annoiati.

Oscar Wilde diceva: “Nella vita matrimoniale l’affetto nasce quando i coniugi assolutamente si detestano”. Il cinismo di Wilde è conosciuto, ma non è poca la verità che è dietro le sue parole.

Ecco che bisognerebbe sempre scegliere di essere in rapporto perché il matrimonio è sempre frutto della paura e del timore che ciò che ora è bello domani possa finire. Quindi scegliamo di mettere un sigillo, di stringere un cappio e mettere un collare al nostro partner, in modo da non farlo allontanare più della lunghezza del guinzaglio.

Dov’è l’amore?

Il problema è che spesso confondiamo l’amore con la necessità, l’amore con il possesso. Avere necessità dell’altro non è amore, altrimenti saremmo innamorati anche dell’aria che respiriamo!

Scegliere di rimanere in rapporto con l’altro è invece una scelta d’amore: si è in rapporto finché si ha qualcosa di bello da condividere. Se dovesse poi accadere che nel tempo le cose cambino, perché le nostre strade mutano, perché i nostri sentimenti non sono più gli stessi, si dovrebbe poter scegliere, con la massima gratitudine per l’altro, di lasciarsi, anzi, per meglio dire, dovremmo decidere di lasciarsi andare ognuno per la propria nuova strada.

C’è una realtà che tutti ignorano, una semplice verità che è nascosta sotto cumoli di morale e obblighi: noi cambiamo.

Nessuno oggi può garantire all’altro che insieme si sarà felici per sempre, semplicemente perché le persone cambiano.

Dopo dieci anni tu sarai un’altra persona ed io sarò altrettanto un’altra persona. Quelle persone che dieci anni prima si erano innamorate non esistono più, sono scomparse nel fiume del tempo. Ciò non vuole necessariamente significare che non possiamo scegliere di restare ancora insieme, ma l’amore dovrebbe essere un continuo scegliersi tra gli altri, un rinnovarsi della voglia di stare insieme perché, mutando, abbiamo ancora molto di bello da condividere.

Il problema è che di solito, dopo molti anni, si finisce per rimanere aggrappati ad una promessa fatta quando entrambi eravamo qualcos’altro: due individui che oggi non ci sono più!

Non bisognerebbe mai promettere per l’eternità perché è stupido, perché è falso, perché promettere l’eternità equivale a mentire, perché ciò che saremo domani ci è completamente nascosto.

Bisognerebbe dire “per il momento”, perché domani io potrei essere molto diverso, allo stesso modo tu, entrambi potremmo trovare qualcos’altro o qualcun altro con cui armonizzarci e crescere.

Il mondo è infinito e le emozioni sono sconfinate, perché chiuderle in qualcosa che si prova oggi? Bisognerebbe essere sempre aperti, pronti alle alternative che ci possano rendono più felici.

Ciò comporta però una grande maturità spirituale e ritorniamo al concetto con il quale ho aperto questa riflessione: dovremmo tutti imparare a stare bene con noi stessi, imparare ad essere felici in compagnia e felici da soli. Dovremmo imparare a bastarci, noi non siamo la metà di nessuno, siamo individui completi, insieme ci possiamo esaltare ma mai completare, altrimenti quando il rapporto finisce ci facciamo abbattere dallo sconforto e dalla tristezza per la nostra condizione di persona incompleta.

Quando ci si lascia, non si soffre mai per la perdita dell’altro in quanto altro, piuttosto si soffre per la paura della solitudine e per il fatto di non riuscire più a tenere l’altro con noi, ci fa male immaginare l’altro felice con qualcun altro. Questo non è amore, è egoismo.

Come dice Osho: “Tenete le porte aperte, lasciate spazio a tutte le alternative”.

È il matrimonio a creare problemi, perché è qualcosa di innaturale, è un’istituzione terribile perché costringe le persone ad essere false: nonostante con tempo siano cambiate, devono continuare a fingere che nulla sia cambiato.

Bisognerebbe scegliere giorno dopo giorno lo stare insieme, senza essere costretti da qualcosa molto più simile ad un contratto di usufrutto che ad una scelta d’amore.

Ecco perché, spesso, quando l’amore finisce, si sceglie di fare i figli: siamo partiti da soli, ci siamo messi in coppia, siamo tornati individui da soli e cerchiamo, nel poco spazio in cui siamo costretti a vivere, qualcun altro da far entrare per essere nuovamente in compagnia.


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SOCIETA'
10 luglio 2008
delirio di sogno - n.5
 Alienazione - alienato

L’autolesionista avverte di essere completamente alienato, assolutamente solo, estraneo alla comunità degli uomini. Tra sé e sé pensa: devo essere pazzo. Quello che non riesce a capire è che la società è esattamente come lui: un interesse particolare per le grandi sciagure, per le catastrofi. Guerre, carestie, alluvioni e terremoti, rispondo a bisogni ben precisi.

L’essere umano vuole il caos, in realtà gli è necessario. Depressioni, conflitti, sommosse, omicidi, tutto questo terrore, siamo irresistibilmente attratti da quello stato semi orgiastico creato dalla morte e dalla distruzione. Siamo fatti tutti così e la cosa ci piace.

Certo i media cercano di mettere una maschera triste a queste cose, dipingendole come grandi tragedie umane, ma sappiamo bene che il compito dei media non è mai stato quello di eliminare i mali del mondo; il loro compito è convincerci ad accettare questi mali ed abituarci a convivere con essi.

Chi ha in mano il potere ci vuole semplici spettatori passivi; non ci hanno dato nessun modo di scelta a parte l’occasionale, puramente simbolico e partecipatorio atto del voto.

“Vuoi il burattino di destra o vuoi il burattino di sinistra?”

Credo sia arrivato il momento d’incanalare tutte le inadeguatezze, le mie insoddisfazioni negli attuali piani socio politici e scientifici e di far sentire la mia voce spenta…

waking life

fonte: www.massimopetrucci.it

31 luglio 2007
2,5,25,52... coincidenze
 

2, 5, 25, 52… coincidenze

Un amico, ad una festa, ha proposto un giochino:
scrivere un breve racconto che avesse come tema "2, 5, 25, 52... coincidenze".
Doveva essere scritto in 15 minuti cronometrati.
Ecco cosa ne è uscito fuori.

Non ho mai creduto alle coincidenza. Almeno fino ad un paio di giorni fa quando un tizio che non sentivo da tempo m’invia un SMS: “ciao! Come te la passi? Ti va di venire ad una festa?” Restai perplesso, mi puzzava tanto di messaggio fotocopia inviato uguale ad una lista di nomi nella quale evidentemente c’era anche il mio. All’inizio avevo deciso d’ignorarlo, ma poi un po’ la curiosità, un po’ la voglia di svagarmi un po’, decisi di chiamarlo.

La verità però l’avevo intuita: a questo tizio io non interessavo niente, infatti era stato ingaggiato da un suo amico per portare gente all’inaugurazione di una birreria. Lì per lì non potevo saperlo, per me era solo una scusa per non pensare a Chiata ed alla nostra storia finita e poi birra gratis, perché no?

“Ciao, ho letto il tuo messaggio. Ma dov’è? Magari ci vengo” gli dissi come se ci fossimo visti solo il giorno prima.
Alla fine ci andai a quell’inaugurazione, non era nemmeno lontano.
Trovai tutta gente che non conoscevo, mi guardavo attorno un po’ impacciato, quasi pentito di esserci andato, mi avvicinai al buffet e presi delle patatine. Meglio andare via, pensai, era stato un errore. Proprio in quell’istante mi ti sentii chiamare, e
ra una vecchia amica delle medie! Quasi non la riconobbi per quanto fosse cambiata, in meglio senz’altro, la ricordavo con gli occhiali, probabilmente aveva delle lenti a contatto quella sera. Mi racconta che sono il primo dei compagni di scuola che incontra dai tempi delle medie, poi continua raccontandomi che ha fatto cento mestieri, che ha lasciato l’università, che è stata con un musicista, ma poi lui l’ha mollata, mi racconta che ha un gatto intelligentissimo a cui manca solo la parola. Io l’ascoltavo con la testa che mi girava, quando lei, ad un certo punto, mi diede il numero del suo cellulare. Mentre lo annotavo, mi accorsi che c’era qualcosa di strano in quel numero, era proprio il mio numero! Solo con l’ultima cifra diversa, a lei è un 2 mentre a me è un 5. Sorrisi alla coincidenza spiegandole la cosa, lei prima disse che era una cosa fantastica, poi si fece seria e mi disse che le coincidenze non esistono e che dietro alla casualità  si nascondono sempre un senso, un messaggio! Mi chiedi quale potesse essere… 2, 5, insieme 25… ma non mi dicevano assolutamente nulla.Mentre ci riflettevo, si avvicinò un tipo sotto i quarant’anni, belloccio, vestito sportivo, la mia amica sembrava conoscerlo,  si salutano e il tizio iniziò a parlare quasi dandomi le spalle, la cosa m’infastidì, così mi allontanai con una scusa, ma prima di andare, lanciai un’ultima occhiata e notai che il tizio indossava una maglia con un numero blu, era il 52.Sorrisi e lo misi mentalmente in fila agli altri: 2, 5, 25, 52. Quale fosse il messaggio lo ignoravo.

Se solo ne avessi sapunto un po’ di cabala, forse quei numeri significavano davvero qualcosa, ma probabilmente era solo una sciocchezza. Poco male, ma ero di nuovo solo e la cosa non mi piaceva. Mi avvicini al bancone e chiesi se potevo ordinare una birra, una ragazza carina che mi rispose di aspettare un attimo, lei non se ne occupava, ma mi avrebbe mandato Chiara.

Quel nome riuscì a farmi venire una strizza, era stato un errore senz’altro, meglio andare, pensai mentre indossavo il mio cappellino di velluto con la visiera.

“Ciao, che birra vuoi?” mi voltai e per un istante pensai di aver avuto una visione. Chiara era proprio quella Chiara! La mia Chiara che da settimane non vedevo. Anche lei apparve vistosamente sopresa.
“Marco… che fai qui?”
“Una lunga storia… coincidenze. ” sorrisi, “Che strano incontrarci così… che sono due mesi che non ci vediamo?”
“Per la precisione 52 giorni. Li ho contati tutti.”
Rimasi colpito dal fatto che lei avesse contato i giorni, non sapevo se era una cosa positiva, pensai di sì.
“Li hai contati per davvero?”
“Sì, 52 giorni precisi, era 5 febbraio e festeggiavo i miei 25 anni… A te come va?”

Ebbi un’illuminazione,  5, 2, 25, 52… ovvero 5 febbraio, 25-esimo compleanno ed i 52 giorni!

“Da schifo. Chiara hai un foglietto?”
“Che devi farne?”
“Ho dei numeri da giocare…”
“Dici sul serio? Ma non eri quello che non giocava mai a queste cose?”
“Ero molte cose, oggi non più. A che ora finisci di lavorare?”
“Non so… verso le due, credo…”
“Allora ti aspetterò.”
“Dici sul serio?” sorrise.
“Dico sul serio!”


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4 giugno 2007
IV Simposio di primavera (poesia)

La poesia in abito da sera 

Sabato sono stato al IV Simposio di Primavera, organizzato dall’Associazione Artisti Aversani. Qui c’è stata la presentazione dell’antologia poetica “La poesia in abito da sera” nella quale sono presenti due mie poesie:

- Amore ignorante (leggi)
- Essere mortale (leggi)

La serata è stata molto piacevole, ho conosciuto splendide persone ed ho incontrato vecchi amoci. Primi fra tanti Maryann Mazzella e Raimondo Venturiello, persone colte e ricche di spunti creativi.

Al prossimo anno, sperando di esserci.




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31 maggio 2007
Stringimi ancora

Fonte: www.massimopetrucci.it

Ricordami ancora 

Li senti riaffiorare dentro quando tutto sembra aver acquistato il giusto peso, come quando c’è un cielo azzurro ed improvvisamente nuvole lente e inesorabili lo attraversano in silenzio, fino a straziarne il sereno.
È quando meno te lo aspetti che vengono a galla e, scivolando sulla superficie della mente, scendono  fin dentro al cuore che, improvviso e repentino, perde un battito. Allora tutto diverta diverso, come una febbre che avvampa, come l’aria che manca e non ti puoi fermare più.

È così che prese il telefono e compose quel numero che conosceva a memoria. Attese come chi sa che da un momento all’altro ci sarà un esplosione e quando lei rispose, dentro di sé, la sentì  davvero l’esplosione.

“Vengo da te” non c’era bisogno di dirle chi fosse.

“Dove sei?”

“Già da te!”

Venti minuti prima, guardando fuori dal finestrino del treno, aveva letto “non sporgersi dal finestrino” e forse era un messaggio del destino, forse davvero stava  sporgendosi troppo. Poteva ancora ritornare alla sua vita di sempre, ma quando tutto sembra aver trovato il suo equilibrio, c’è sempre qualcosa che spinge, che sposta gli equilibri e lui aveva deciso di averla ancora, perché non poteva farne a meno.

Quando lei aprì la porta, senza dire una parola provò ancora una volta a rubare mezz’ora al destino e cambiarne il senso.

“Sei stupido e testardo…”
“Non dire una parola e forse il destino non se ne accorgerà…” la baciò.

non dire una parola
sperando che non se ne accorga
ho strappato via anche l’ultima mezz’ora
pensando che sia l’unica maniera
per sentirti qui vicino ancora

sempre più stupido e testardo
come sempre torno a farlo
e di nuovo per fermarlo
e poterti dire
ancora

stringimi allora tra nuvole e lenzuola


I versi sono dei Negroamaro "Nuvole e lenzuola"


Puoi ascoltare la canzone facendo clic sul tasto play del controllo:



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letteratura
26 maggio 2007
tango del destino

tango del destino

Passione ed infinita voglia di te!
A questa poesia è stata associata una base musicale (solo sul mio sito, clic qui). 
E’ quella che i ricordi suonavano nella mente un attimo prima che iniziassi
a scrivere questi versi.


bruciano ferite aperte
fiato che manca
sensazioni forti
cuore fermo in un battito di ciglio

istante eterno contratto tra la punta dei tuoi seni
ed i palmi delle mie mani assetate di te

Cade la tua testa indietro
ma il tuo corpo non si stacca dal mio
raziocinio e desiderio
maledetto tango del destino

tienimi dentro te ancora e ancora e ancora

ti giri
mi volto
ti bacio
mi guardi
ti stringo
mi baci
ti guardo
mi stringi

forte
forte

forte!

ultimi istanti di fiato
voglio morire baciandoti

collo di latte
seni stretti
mani
occhi negli occhi
fianchi
labbra rosse tra denti bianchi
unghie firmano il mio corpo
bocca che si apre
sapore intenso di te
cuore che impazza

prendo istanti di te, foto mosse
lascio di me eternità di sogni
voglio vivere nei tuoi occhi
fino all’istante che li chiuderai
per voltarti e andare

io resterò al buio
resterò al buio




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televisione
23 maggio 2007
Sono in TV quindi esisto - …intanto il mondo rotola
FONTE: www.massimopetrucci.it

Sono in televisione quindi esisto 

Parafrasando la locuzione cogito ergo sum (lett. “penso quindi esisto”), un moderno Cartesio oggi direbbe sono in tv quindi esisto.

Un po’ di tempo fa mostrai ai miei genitori il funzionamento della mia nuova telecamera digitale, così iniziai a riprendere un po’ il salotto di mia madre. Collegai i cavi alla tv mostrando loro la qualità delle immagini. Mia madre ad un certo punto mi disse: “Riprendi un altro po’, fammi vedere il salotto che con la nuova disposizione sta proprio bene”.

Rimasi impressionato da quella richiesta, ma come? Il salotto ce l’aveva tutti i santi giorni sotto agli occhi e mi chiedeva di riprenderlo ancora per farglielo vedere? Poi capii che lo voleva vedere in tv! Che solo attraverso il monitor quel salotto acquistava una forma in qualche modo reale; mia madre per verificare la giusta disposizione dei mobili aveva bisogno di una mediazione dell’immagine, non le bastava quella reale dei suoi occhi, aveva bisogno che l’immagine passasse attraverso il video e dal video ai suoi occhi, solo così avrebbe acquistato valore di realtà.

È così che funzionano oggi le cose, se non si passa dalla tv non si esiste, il sigillo di una vera esistenza lo si acquista solo apparendo in televisione, altrimenti si fa parte di un mondo che non è quello reale, ma solo un limbo, una specie di pre-realtà.

Solo ciò che passa per la televisione è reale, quante volte si ascoltano frasi del tipo “L’ha detto la televisione” e non è importante chi abbia affermato quella cosa, ciò che da peso di verità è che quel concetto sia uscito dalla televisione. Ecco che stupidi presentatori si fanno portavoce d’idiozie che subito vengono creduti da milioni di persone. In fin dei conti la gente non ha voglia e nemmeno la capacità di approfondire le cose, pertanto ci si accontenta delle impressioni, si adottano le ideologie degli altri perché si fa prima, specialmente se questi altri sono in televisione.

Non conta quello che dici, ma come lo dici, come sei vestito, che sorriso hai, quanto sei fruibile dal grande pubblico ed in questo caso la parola “grande” non ha valore di positività, ma di “popolarità” nel significato peggiore del termine.  Poi se dici falsità conta poco se sei in televisione.

Oggi parole come famoso, importante, si confondono con popolare, se vai in tv la gente poi ti riconosce per strada, sei famoso, popolare, ma poi per quale motivo? Non importa, perché per andare in televisione basta poco, non bisogna saper fare nulla, non è necessario conoscere niente, ecco che la gente riconosce per strada mentecatti qualsiasi e magari se si trova di fronte a Rita Levi Montalcini si pensa che si tratti solo di una povera vecchietta, magari da far sedere al tuo posto nell’autobus, nella migliore delle ipotesi.

È tutto così semplice oggi, apri un pacco e vinci cinquecentomila euro, ti chiudi in una casa e, scoreggiando, vinci duecentomila euro, rispondi a domande del tipo “di che colore era il cavallo bianco di Garibaldi” e ne vinci altrettanto e qualcuno l’ha sbagliata pure quella domanda, ma che importa? Tanto siamo tutti un po’ ignoranti, tanto ci si ride su, tanto c’è la televisione che ci rende tutti uguale, che ci fotte tutti allo stesso modo, tra una risata, un culo ed un po’ di pubblicità.

E certo perché la televisione è democratica, rende tutto uguale, allora vediamo un film in cui un tizio muore, vediamo il telegiornale in cui un tizio è morto, ne vediamo il sangue e per noi è tutto uguale, tanto poi c’è il Mulino Bianco che ci ricorda che siamo tutti buoni, che c’è il grano alto e che continuano a coltivarlo come una volta… come no! Non usano nemmeno il grano italiano, ma chi lo sa? Oppure chi lo sa che la Chiesa ha imposto alle proprie gerarchie d’occultare i reati sessuali, perché fa brutto sapere che ci sono i preti pedofili, perché poi si perde l’8 per mille!

(Non ci credete? Allora guardate questo video sottotitolato in italiano), cosa importa se l’Italia è all’ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo, te lo spiego: ti danno un foglio con un testo, tu lo leggi, alla fine ti chiedono: “Cosa hai capito” e tu rispondi: “Bohhhhh”. Siamo all’ultimo posto per l’investimento nella ricerca e poi ce la prendiamo con la Cina che investe il 13% del prodotto interno lordo (noi lo 0,3%, zero virgola tre!!!). Ma a noi cosa importa? Noi abbiamo il “pallone”, siamo i campioni del mondo, abbiamo le veline, il grande fratello, abbiamo il televoto! E poi abbiamo…

…e intanto il mondo rooootola, il mare sempre luuuucccica, domani è già dooomenica! E forse forse neeeevica…

Per il video di Vasco Rossi "Basta poco" ed il testo della sua canzone, fai clic qui.




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10 maggio 2007

Monologo interiore

Alle volte credo che le cose vengano fuori senza che io ci pensi davvero, voglio dire, - come ora ad esempio - non è che so cosa scriverò, eppure scrivo. Una lettera dopo l’altra che diventano parole e poi frasi e giù periodi e poi pagine. Quando smetto, viene fuori qualcosa che non era ciò che avevo in mente, ne senso che capita che alle volte ho un’idea, scrivo ed alla fine mi ritrovo tra le mani un’altra cosa, magari migliore, ma pur sempre un’altra cosa.

Una deriva.

È come se, improvvisamente mentre sto scrivendo, qualcuno dirotti la mia mente, una sorta di terrorista “letterario” che s’impossessa della mia “parola pensata” e la dirotti altrove, dove gli pare! Attenzione, non parlo della mia mente, quella no, quella rimane cosciente – infatti mi rendo conto di stare deragliando – parlo proprio della parola che si pensa un attimo prima di scriverla.

Fiato, prendo fiato.

Ho imparato a scrivere sulla tastiera quasi senza vedere. Beh devo dire che un po’ m’inquieta ‘sta cosa. Ma certo che sono contento! Vado spedito, tac-tac-tac, veloce sulla tastiera, però, come ora, guardo fisso il monitor e vedo venire fuori parole e frasi che nemmeno penso! Cioè le penso per pensarle, ma non è proprio un pensare premeditato, è più un’ascoltare… Non so se mi spiego. Avete presente quei pianisti che suonano senza guardare mai una volta, dico mai, i tasti del pianoforte? Mai che abbassino lo sguardo sulle loro mani, stanno lì, magari che guardano lontano, inseguendo ricordi, suonando ricordi (questa l’ho messa in corsivo perché m’è piaciuta), magari stanno lì sul piano, ricurvi e con gli occhi chiusi, neanche avessero le note tatuate dietro alle palpebre! Credo che abbiate capito cosa voglio dire, allora mi metto alla tastiera e clic-clic-clic, tac-tac-tac, scrivo e scrivo come in una sorta di scrittura automatica, scivolando per flussi di pensiero, salite e discese di concetti, opinioni e deliri di parole. Insomma le mani vanno da sé, io sto lì che guardo il monitor e vedo formarsi le frasi, leggo e mi sorprendo, sorrido alle battute, dico “bello ‘sto concetto, interessante”, ma il tutto come un osservatore e non come uno scrittore, inteso nel senso di “colui che scrive”.

Folle.

Ecco non so se questo l’ho scritto io, nel senso, mi sono chiamato folle oppure “quella parte di me” mi ha chiamato folle, quella che ora sta scrivendo, inteso. Oppure, diversamente, era solo un folle di “metti a folle” nel senso di far risposare il motore, quello del cervello, farlo girare un po’ a vuoto, senza sforzo.

Un attimo fa ero al pc che gironzolavo sul web, poi ho aperto questo mio blog, leggo e d’un tratto le mani iniziano a prudere, davvero, non c’è nulla da ridere, e poi una voce nella testa: “scrivi, dai scrivi! Scrivi qualcosa, qualunque cosa, ma scrivi, e dai, scrivi? Dai scrivi! E vuoi scrivere?!” alla fine lo apro ‘sto maledetto Word e mi metto davvero a scrivere questa cosa senza senso, senza né capo né coda! Ma poi chi lo ha detto che le cose devono avere per forza capo e coda? Tanto per cominciare io non ho una coda, non visibile almeno. Oddio se avessi una coda sarebbe scomodissimo sedersi, mi farei male e poi la coda ti sputtana subito: vedi una tizia che ti piace e l’istante dopo ti metti a scodinzolare! Imbarazzante! E’ un po’ come quando eri adolescente e, invitando a ballare quella ragazza da sogno – immaginate una musica romantica, lei stretta a voi – insomma dicevo, la inviti a ballare e sul più bello – e maledizione non puoi farci nulla! – ti viene un’erezione! Lo senti che spinge da dentro i pantaloni e lo sai - perché lo sai! – che lei se ne è accorta, nei suoi occhi lo vedi che ha un punto interrogativo enorme stampato sulle pupille, ma tu non puoi farci assolutamente nulla, maldestramente tenti di metterti un po’ di lato o indietreggi il culo di qualche centimetro. Ma è inutile fratello, sei fregato, caput, sputtanato perché lei lo ha capito che hai l’alzabandiera.

Volgare.

Basta poco e si finisce per scadere nei discorsi da bar. Comunque stavo dicendo che nella vita non sempre tutto deve essere ben strutturato, ma chi lo ha detto? Madre natura non si è decisa nemmeno sul numero ideale di gambe o zampe! Noi ne abbiamo due, i cani quattro, gli insetti sei, però i ragni ne hanno otto, come i polpi e poi ci sono i mille piedi! Ma sono davvero mille? Dovrei mettermi a cercare su Google per verificare con una di quelle domande idiote: “Ma i mille piedi hanno davvero mille piedi?”. Ho la sensazione che Madre Natura sia andata per tentativi, diciamo la verità, ha messo un po’ di zampe e gambe qui e lì e poi ha detto: “Vediamo come va…”, insomma, come le è venuto in mente di fare il serpente? Senza zampe il poveraccio che se gli viene un prurito dietro la testa è fregato! Però le zampe sono sempre pari, almeno così mi sembra… o ci sono animali con un numero di zampe dispari? Ma no! Dai… Sarebbe assurdo. Anche sul sesso non è che poi è stata proprio precisa, diciamo la verità. Maschio, femmina, gay (o frocio per i tipi all’antica, questa è una citazione), ma so che ci sono forme animali che hanno più di due sessi, in natura non ci sono solo i maschi e le femmine! Non ci credete? Ora non ricordo com’è ‘sta cosa, ma giuro che è così! Il problema allora sta nel duale, stiamo sempre a cercare la dicotomia: giusto e sbagliato, bene e male, e chiuppete e chiappate… Ma insomma! Lo dicono anche i saggi che in ogni male c’è un po’ di bene ed in ogni bene c’è un po’ di male, lo YIN e lo YANG, avete presente?

Allora se non ci sono divisioni nette, come si fa a scegliere in modo definitivo? Voglio dire, se un po’ di male si trova anche nel bene e viceversa, quale che sia la mia scelta, comprenderà anche un po’ dell’altra o no? Se decido per la fedeltà avrò scelto anche per un po’ d’infedeltà… Giustificazioni? Forse, ma poi non è così? Dai, siamo tutti fedeli fino a quando non ci capita l’occasione giusta! E poi cosa accade se l’occasione è migliore della versione originale? Aspetta qui mi sono perso anche io, forse è meglio che mi fermi, che rilegga, invece no, le mani continuano a scrivere ed allora vedetevela voi, se ci capite qualcosa mi lasciate un messaggio, che so io, un commento.

Fobie.

Che ne so, forse sono le paure a bloccarci, che c’impongono di creare le regole e poi diventiamo schiavi noi delle regole e sogniamo di poterle infrangere, maledicendo chi le ha messe ‘ste regole, perché alle volte proprio non se ne può più! Ci sono cose che ti possono condizionare una vita, ma a partire dalle cose più banali, lasciatemi dire, “il buon giorno si vede dal mattino” e che vuol dire che se uno di prima mattina pesta una merda di cane tutta la giornata gli andrà di merda? Un po’ troppo! Bisognerebbe ammazzarlo a ‘sto tizio che ha detto ‘sta cosa e se è morto, riportare la bara in superficie, aprirla e dargli fuoco! Ti condizionano queste cose! Bisogna stare attenti a ciò che si dice, a ciò che specialmente ci si dice, perché alla fine ci crediamo davvero.

Ah, bene, il prurito alle dita va scemando, sto prendendo il controllo della parola pensata ed infatti non so più come continuare, anche se, in realtà, non che abbia mai veramente iniziato. Come la si chiama una roba del genere? Qualcuno direbbe “monologo interiore”, che poi non suona nemmeno male, sembra una cosa seria: “monologo interiore”. Però è un po’ triste, un monologo fatto per un solo spettatore che poi è te stesso, insomma è come candidarsi alle elezioni e prendere un solo voto… il tuo!




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8 maggio 2007
I tuoi occhi

fonte: Massimo Petrucci

I tuoi occhi meravigliosi 

Quante volte ti ho vista così, al di là di un vetro mentre arrivavi o mentre andavi via o passavi distratta… Così, per un istante, i miei occhi nei tuoi con il cuore che partiva a mille e non ce la facevo a stare lì a guardarli quegli occhi infiniti, quegli occhi pensierosi, qualche volta tristi, altre volte ridenti, ma sempre, sempre, così carichi di sogni e di voglia di essere amata.

Qualche volta davvero mi è sembrato di affogarci in quegli occhi.

I tuoi occhi, che improvvisamente si accendevano e mi cercavano proprio quando non me lo aspettavo…

Occhi che confessano ciò che non vuoi, che non riescono a dire addio, loro no.

Li ho fotografati con l’anima per trettenerli dentro, e con loro te. I tuoi occhi nei miei, impressi come quando guardi il sole e poi chiudi le palpebre: lo vedi ancora lì, rosso.

I tuoi occhi nei miei, sempre, anche quando non ci sei.


(fai clic sull'immagine per guardare il filmato)

STRINGIMI LE MANI - un romanzo inedito di Massimo Petrucci




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sentimenti
5 maggio 2007
La decisione migliore non esiste
Decidere

Non si può mai sapere cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.[…]
Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato.
Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo e sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. […] Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere soltanto una vita, è come se non vivesse affatto.

Non ci sono percorsi più brevi da cercare
c’è la strada in cui credi
e il coraggio di andare
.


 

Da "L'insostenibile leggerezza dell'essere" - Milan Kundera



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letteratura
4 maggio 2007
in ogni istante

Un battito di ciglia 

lacrime che non verso
eppure ci sono

baci che non ti darò
eppure ci sono

parole che non ti dirò
eppure ci sono

lacrime, baci e parole
sono tutte dentro me
perché è lì che sei tu

basta che chiuda gli occhi
e come un battito di ciglia
quando il mondo scompare
in quell’istante compari tu

il mondo e poi tu
il mondo e poi tu
il mondo e poi tu

in ogni istante

lacrime, baci e parole
c’è tutto il mondo dentro me
lo attraverso in un attimo
e in un istante sono da te




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2 maggio 2007
Burattini - istantanea n. 5

[Questa è la quinta”istantanea” forse l’ultimaqui la prima, qui la seconda, qui la terza, qui la quarta
 

Amore e abbandono...

 

Scusami ma non me la sento. Non verrò.

Giulio guardò il telefonino, lesse un paio di volte quel messaggio, ma non si sorprese più di tanto, un po’ se lo aspettava, sapeva, dentro di sé, che Manila alla fine si sarebbe fatta prendere dai rimorsi, lui lo capiva, ma non riusciva a farsene una ragione.
Premette un paio di pulsanti e le telefonò, sperò che rispondesse, ma continuava a squillare a vuoto, finché sentì la voce di lei.

“Perché non vieni?”
“Non me la sento…”
“Se ci dobbiamo dire addio, non è giusto farlo così, al telefono. Non puoi farmi questo.”
“Credi che per me sia facile dirti di no?”
“Però lo stai facendo”
“Giulio… ti prego…”
“Manila, lascia che ti ami… Ho con me tutto l’amore del mondo, lascia che te lo dia, permettimi di amarti ancora una volta, l’ultima volta”
“Giulio… non rendiamo tutto più penoso, a cosa servirebbe?”
“Credi davvero che soffrirai meno se oggi non ci vediamo? Che soffriremo meno tu ed io?”
“Non lo so… ma è giusto così… noi non possiamo, insomma, noi…”
“Vieni da me, ti prego…”
“No…”
“Manila, sali su quel maledetto treno e vieni da me… non sai quanto ti desideri!”
“Oddio Giulio, ti prego smettila… ti giuro non è facile, io vorrei stare lì tra le tue braccia, ma non è possibile, non è giusto, noi dovremmo…”
“Manila, non è giusto quello che stai dicendo, non è giusto che non ci vediamo, non è giusto che mettiamo un punto a questa storia così, per telefono, senza nemmeno guardarci negli occhi! Lo vuoi capire che…”
“Giulio lo vuoi capire che io ti amo?! Che sono innamorata di te, ma io… io non posso proprio…”
“Allora verrò io da te!”
“Non lo fare, no… finiamola qui, ti prego…” aveva la voce rotta dal dolore, Giulio lo sentiva.
“Va bene, Manila… come vuoi tu… non ci vedremo più… Vuoi che la finiamo qui? Va bene…”

Rimase in ascolto, dall’altro lato sentiva solo il respiro pesante ed angosciato di Manila.

“Manila?”

continua qui




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27 aprile 2007
Sto lavorando al blog sulla nuova piattaforma
Sono stato senza blog per diversi giorni!!! Accidenti!
Per fortuna i tecnici de "Il cannocchiale" hanno risolto. Meno male...

Sto lavorando alla nuova versione del blog: http://max3w.go.ilcannocchiale.it.

...e poi lo sapete, il sito ufficiale si trova qui: http://www.massimopetrucci.it.


Un po' di pubblicità al mio romanzo...
STRINGIMI LE MANI - un romanzo inedito di Massimo Petrucci

Felice giornata a tutti!



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DIARI
22 aprile 2007
Arezzo 29... in tre minuti - Buona la prima!
 

Arezzo 29 in tre minuti 

Ieri sera al teatro Fatima siamo andati in scena con la commedia “Arezzo 29… in tre minuti”, due divertenti atti di Gaetano Di Maio. Con me l’inseparabile amico Marcello nella parte di Gennaro “‘o cumpare”. Un pubblico caldo e vivace ci ha accolto con un caloroso applauso ed è sempre bello iniziare così. Questa volta non aveva una parte molto lunga, ma alla fine il personaggio di don Luberto, sfortunato debitore passa guai, ha fatto presa dentro me e mi sono calato volentieri nei suoi panni.
Una bella scoperta artistica è stata una nuova amica che si è unita alla compagnia: Santa, un nome che è tutta una garanzia!
Simpatici e carini i due ragazzini (Andrea e Lia) nella parte di due monelli che fanno impazziere il povero Gennaro.
Esilerante e divertente il personaggio di Nunuzzo, interpretato dal bravo Gennaro Tello che, per l’occasione, si è montata una bella pancia finta. Gli donava! Nessun problema per i “veterani”: Marcello, Rita, Strato, Franco, come sempre all’altezza della situazione. Personalmente mi è mancata la mia amica Anita, che questa volta non è potuta esserci con noi a condividere i momenti d’emozione, le ansie e le tensioni che si provano quando si cammina su quelle “tavole di legno”.
Alla prossima, amica mia, alla prossima ci sarai!

La notte, fino alle tre, siamo stati in birreria con alcuni degli amici che ci sono venuti gentilmente a vedere.
Grazie a tutti!

E stasera la seconda, ma come si dice, buona la prima!

Per saperne di più e vedere le foto: fai clic qui.




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letteratura
15 aprile 2007
Il nome della Rosa - Ma voi lo avete letto?
 

Il nome della rosa - Umberto Eco 

"Il nome della rosa" è un libro che ho letto molti anni fa, almeno quindici. Ricordo che, a parte delle lunghe e stancanti descrizioni (chi non ricorda la descrizione della porta? O del rosone?) è uno dei libri più belli che abbia mai letto ed è per questo che mi sento di consigliarvelo.
More...Ma non è un libro facile, dovete concedergli tempo, l'inizio non è difficile, anzi scorre tranquillo, ma poi ci sono dei passaggi un po' ostici, ma non arrendetevi! Continuate, perché, ad un certo punto, vi troverete avvolti nelle spire di una trama sempre più intricata che vi porterà verso un finale da vero colpo di scena che vi lascerà per un istante senza fiato.

Un libro colto, ricco di descrizioni, psicologie e caratterizzato da un linguaggio è ricercato e curato.

La trama/storia
La storia è ambientata nel medioevo ed inizia con la presentazione di un manoscritto trovato da un vecchio frate, in cui viene descritta l'avventura di un novizio, Adso, in compagnia del suo maestro, Guglielmo un inquisitore "pentito", presso un monastero benedettino dell'Italia settentrionale. Questi due monaci, chiamati dall'abate del monastero, si troveranno ad indagare su una serie di omicidi efferati. Tutto sembra girare intorno ad una strana ed inquietante biblioteca, un enorme labirinto di libri, scaffali e corridoi. Ma non vi svelo altro!

Curiosità
Quando fu chiesto ad Umberto Eco perché aveva scritto questo romanzo, egli rispose: "Avevo voglia di uccidere un prete".
Alla fine del romanzo, il narratore (Adso da Melk), conclude con l'espressione latina "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ovvero la rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi. il messaggio porta a riflettere sul fatto che non bisogna commettere l'errore di presumere di essere depositari di verità assolute, perché esse saranno sempre contestabili, se non addirittura risibili.

Il film
Di questo romanzo ne hanno tratto un meraviglioso ed affascinante film, Guglielmo è interpretato da un bravissimo Sean Connery. Dopo aver letto il libro, vi consiglio vivamente di vedere MA SOLO DOPO aver letto il libro.

Incipit del romanzo - Iniziate a leggerlo da qui!
In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l'unico immodificabile evento di cui si possa asserire l'incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell'errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.
Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell'attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l'Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.

La mia copia è questa, ma ce ne sono diverse:
Anno: 1984
Editore: Bompiani
Collana: Letteraria
Pagine: 514
ISBN 8845207056

DIARI
12 aprile 2007
KALO PASKA - la mia Pasqua in Grecia!
Kalo Paska significa "Buona Pasqua" nella lingua greca.
Ospiti di amici corfioti (abitanti dell'isola di Corfù), abbiamo potuto partecipare alla loro Pasqua, quella ortodossa, che coincide con la nostra circa ogni 4 anni.

In Grecia, in particolare nell'isola di Corfù, la Pasqua è sentita moltissimo, a loro dire, più del Natale.

Il loro "sentire" non ha niente a che vedere con regali ed altre cose puramente commerciali che hanno finito per inquinare le nostre feste religiose. Il loro "sentire" è puramente religioso: processioni, candele, bande musicali, pellegrinaggio da una chiesa all'altra. Cose, che alla fine, hanno piacevolmente coinvolto anche noi.

IL RITO DELLA PASQUA ORTODOSSA
Si inizia dalla settimana Santa in cui in tutta la Grecia si digiuna nell'attesa della Resurrezione. Poi c'è il Giovedi Santo con concerti di musica ecclesiastica orientale e occidentale; al Duomo di Corfù vengono letti i Dodici Vangeli, in cui vengono spente, man mano che si procede con la lettura, 12 candele precedentemente accese. Il Venerdi Santo, il giorno degli Epitaffi in cui si avverte una sensazione di malinconia ed estasi.
Ogni chiesa porta in processione il proprio epitafio (sepolcro), una bara ricoperta di fiori accompagnato dalle bande musicali, dai cori e dalle migliaia di corfioti e stranieri. Le processioni cominciano subito dopo il pranzo per diventare sempre più numerose. Si concludono con quella della Cattedrale che è più la solenne.



Il Sabato Santo inizia prestissimo, già dalle 6 del mattino, noi dormivamo confesso! Alle 11 c'è una strana usanza che consiste nel buttare dalle finestre (tutto sotto il controllo della polizia, nessuno che si faccia male) delle grosse anfore piene d'acqua dette Botides, questa usanza è una contaminazione veneziana - Corfù è stata sotto la dominazione di Venezia - in cui a Capodanno i veneziani avevano l'usanza di gettare cose vecchie dai balconi.



La Resurrezione, alla mezzanotte del sabato, avviene al rullo dei tamburi e fuochi d’artificio; una grande croce si illumina e tutti i fedeli spegneranno le loro candele e con una stretta di mano annunceranno: Cristos Anesti!!! (Cristo è risorto).





Quest'usanza di riunirsi in piazza con le candele è qualcosa da vedere, uno spettacolo suggestivo e travolgente! Migliaia di candele accese, canti e senso mistico ti prendono e coinvolgono.

LA DOMENICA E LA TAVOLATA
Il rito è una cosa bella e suggestiva, ma la tavola, quando è bene imbandita, ha il suo fascino!
Per ore, almeno cinque, un povero agnello ha girato su una grossa brace sotto l'occhio vigile del nostro amico Giorgio. Si è vero, fa impressione, però quando è servito in tavola...



Di seguito il nostro amico Mario (italiano trasferitosi a Corfù - beato lui) sta tagliando i cocoretzi, non vi spiego di cosa si tratta... ma sono buonissimi! Non potevamo non assaggiarli considerato che si fanno solo in questo periodo.



Sono seguite, tra allegria e buon vino, tantissime cose buone!



La nostra dolce amica Alice che ci serve la splendida pizza di spinaci:


Le uova sode dipinte di rosso con le quali si fanno le sfide con gli altri commensali: vince chi riesce a rompere quante più uova dei suoi avversari; Bianca un paio di sfide le ha vinte!


Questo sono io con una costoletta...


Ancora la bella tavola imbandita:


Un tipico "panettone pasquale greco" davvero speciale!




IL MARE!!!
Vi lascio con la foto di Bianca e Marcello al mare... Un mare meraviglioso!



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letteratura
4 aprile 2007
Web Book - un po' per gioco un po' per...

stringimi le mani - articolo - web book

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letteratura
1 aprile 2007
Il lupo e la ragazzina

FONTE: www.massimopetrucci.it

Il lupo e la bambina 

Né l’animale né la ragazzina avrebbero mai immaginato ciò che sarebbe accaduto in quella magnifica giornata di sole.

Il lupo girò attorno ad un rovo di more stando molto attento ad evitare le spine. Aveva fame, come sempre, ma non c’era nulla che potesse soddisfare la sua  voracità. Le pecore del vecchio contadino erano inavvicinabili, quei maledetti mastini non gli avrebbero mai permesso di azzannare una di quelle tenere e succulenti creature. Neanche i pollai arano più alla sua portata e nel bosco le possibili vittime diventavano sempre più rare. Cosa avrebbe dovuto fare un lupo affamato? Continuò a girovagare senza una vera meta, studiando improbabili strategie di attacco per accaparrarsi una maledetta pecora che avrebbe messo fine alla carestia che andava avanti da quasi una settimana. In quella rara, splendida giornata di sole, forse un sonnellino gli avrebbe fornito la giusta lucidità per inventarsi qualcosa quando le tenebre sarebbero scese sul bosco e sul villaggio.

Nella casa a ridosso del mulino, proprio prima casa all’inizio del villaggio, c’era una vecchia signora, canuta e bassina che per anni, da sola, aveva portato avanti il lavoro del marito deceduto a causa di una febbre quartana.

Quartana perché ad intervalli di un quarto d’ora saliva altissima; aveva lottato per più di un mese prima di soccombere, era un uomo forte, ma giaceva nel piccolo cimitero del paese, sotto al grande cipresso, come lui desiderava. A questo pensava l’anziana donna ed era certa che sarebbe passato poco tempo e l’avrebbe raggiunto anche lei, finalmente di nuovo insieme, sotto al grande albero. Da più di dieci giorni era ricoverata nel suo letto, ma non era colpa di nessuna febbre, la causa era stata una caduta accidentale che le aveva rotto un femore. Sua figlia glielo aveva detto decine di volte di non usare quel maledetto sgabello, di non salirci sopra per annaffiare quelle stupide piante sulla mensola. Ma lei, in tutta la sua vita, aveva sempre fatto di testa sua, come di testa sua aveva deciso che avrebbe portato avanti l’attività del mulino e lo avrebbe fatto per molto tempo ancora se non fosse stato per quel repentino giramento di testa. Guardò il comodino, il bicchiere era vuoto, desiderò un po’ d’acqua, ma ci voleva ancora del tempo prima che la nipote le facesse visita quella mattina.

La madre glielo aveva detto di filare dritto, ma lei non l’aveva ascoltata, non lo faceva mai. Aveva preso dalla nonna quella testardaggine, peggiorata però dall’inesperienza della sua giovane età. Se avesse seguito quel consiglio, se avesse preso la strada principale, quella attraversata di continuo da carri carichi di fieno, da gente che andava e tornava dal mercato, di certo non si sarebbe mai ritrovata protagonista di un racconto che avrebbe turbato, negli anni e nei decenni a venire, centinaia di migliaia di ragazzine e ragazzini come lei.

Un lupo non dorme mai veramente altrimenti non avrebbe mai sentito quei rumori, non avrebbe mai sentito il suono melodico di una voce che gli umani chiamano canto. Drizzò le orecchie intuendo immediatamente la direzione da prendere.

La vecchia signora invece non dormiva per niente, preda della sua sete, del suo femore rotto e delle sua solitudine. Nemmeno le cose più semplici, come bere un bicchiere d’acqua, le riuscivano in quelle condizioni. Non poteva continuare così, doveva ascoltare i consigli della figlia e trasferirsi a casa sua.

La ragazzina, che superava di poco l’altezza dei bassi rovi di more, aveva nel cestino delle schiacciatine ed un barattolo di burro fatto in casa. Non tanto il burro, quanto le schiacciatine profumate erano causa della scia profumata ed appetitosa che il vecchio lupo seguiva tenendo ben alto il naso e fermandosi solo di tanto in tanto per decidere la via migliore da prendere.

Se solo la ragazzine avesse ascoltato la madre, se solo la nonna avesse ascoltato la figlia.

La porta in legno della casa della vecchia nonna aveva una stanghetta che la manteneva chiusa, la ragazzina la tirò e, un attimo prima che la porta si aprisse del tutto, vide il mondo rovesciarsi. Il paniere le cadde di mano ed aprendosi lasciò rotolare via il barattolo di burro che andò a fermarsi d’impatto sullo scalino basso dell’entrata, lesionandosi. La ragazzina non riuscì a capire da cosa fosse causato quel bruciore lancinante alla gola e non riuscì nemmeno ad urlare, improvvisamente tutto il mondo si spense, come se in casa di Dio ci fosse stato un corto circuito.

La vecchia signora, dagli strepiti e dai ringhi, aveva intuito tutto e non aveva bisogno di guardare fuori per averne conferma, sapeva benissimo che il vecchio lupo stava divorando la nipote. Il fucile da caccia, che era stato del suo amato marito, era appeso alla parete. Carico come sempre, ingrassato come sempre, se ne occupava lei personalmente. Era fissato al grosso chiodo a meno di un paio di metri. Se fosse stata bene, nonostante l’età, avrebbe impiegato pochi secondi a prenderlo e fare fuoco. Ma quella mattina non le riusciva nemmeno di bere un bicchiere d’acqua, già che sete quella mattina, pensò un attimo prima che il lupo le balzasse addosso dilaniandola.

La favola originale è “Cappuccetto Rosso” di di Jakob e Wilhelm Grimm




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letteratura
25 marzo 2007
Ti va di leggere un bel romanzo inedito? E magari mi dai una mano...

Stringimi le mani - romanzo inedito - Massimo Petrucci

Da oggi è possibile acquistare una copia del mio romanzo inedito (in cerca di editore), ma ne frattempo eccolo qui!

Ecco cosa si legge sulla quarta di copertina:
Tutto inizia da una storia d’amore che finisce, ma non c’è nessuna scenata, nessuna inquadratura di spalle, solo una stanza, un letto ed una televisione accesa che proietta ombre intermittenti sulla parete.
Stefano è un giovane con la presuzione ed i timori della sua età, il quale, alla ricerca di un amore perduto, attraversa il tempo della crescita passando per eventi come il militare, la ricerca del lavoro, gli amici sballati, il sesso facile, la morte e le riflessioni che gli cambieranno la vita. Una fuga da sé stessi, sempre più lontano per poi ritrovarsi, dopo una lunga curvatura, di nuovo in sé stessi.
Sullo sfondo, un grande amore da rendere eterno, la dolcezza e la disarmante voglia di essere autentici.

Il costo è di soli 12,50 euro (a me va 1 euro!), è rilegato in versione royal 15×23 cm.

Per saperne di più: clicca qui.




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letteratura
23 marzo 2007
Vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita

Fonte: <<massimopetrucci.it>>
 

«Non si può imprimer sul cuore un marchio eterno di pena,
il libro della gioia bisogna leggere sempre;
vino bere bisogna e cedere a tutte le emozioni:
sappiam noi forse per quanto rimaner dovremo al mondo?
»

                                                                        (Omar Khayyam)

Vivere pienamente la vita, è questo il messaggio evidente dei versi del filosofo persiano Khayyam. Un invito a prendere tutte le gioie e le emozioni che la vita ci regala, perché la vita è prodiga di momenti belli, come lo è di dolore, che elargisce senza mai chiedersi se è giusto o meno. Eppure, stranamente, i momenti brutti, quelli dolorosi o il lutto ad esempio, vengono vissuti con tutta l’intensità possibile, addirittura qualche volta ci chiediamo se stiamo soffrendo abbastanza, se la durata  della nostra sofferenza è corretta, se forse stiamo uscendo troppo presto dal dolore di una perdita.
Arriviamo al punto di guardarci attorno per comprendere se gli altri ci danno un cenno di consenso alla nostra volontà di smettere di soffrire.

Diversamente accade per i momenti di gioia e di felicità. Li viviamo con leggerezza e distrazione, senza provare ad interiorizzarli, senza provare a staccarne un pezzetto alla volta, per sentirne al meglio il profumo e il gusto. Non proviamo nemmeno a trattenerli dentro, centellinandoli come si fa con l’acqua di una borraccia in pieno deserto.

Ma forse è questo il senso: della felicità ne beviamo ad ampi sorsi ed è per questo che finisce subito.

I momenti di felicità vanno presi ovunque essi si trovino perché la vita è così maledettamente breve ed il tempo non ha alcun sentimento, il tempo non si ferma ad aspettarti quando sei troppo preso dalla tristezza o troppo indeciso se lasciarti andare alla felicità o restare fermo nell’immobilità delle cose giuste da fare.

Beviamo il buon vino allora, leggiamo ad alta voce dal libro della gioia, cediamo alle voglie, alle emozioni, ed ai momenti di felicità perché non sappiamo se domani è il nostro ultimo giorno.

Un altro verso di Khayyam:

«Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene:
su passato e futuro non far fondamento
vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita.»




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22 marzo 2007
amate voci di coloro [...] per noi perduti

Ricordare 

Ideali, amate voci
di coloro che son morti o come i morti
sono per noi perduti.
 
A volte ci parlano in sogno
a volte esse vibrano dentro.
 
E con il suono, per un istante l’eco fa ritorno
dalla prima poesia di nostra vita -
come lontana nella notte una musica che dilegua.

                                                    (Constantinos  Kavafis)

Alle volte penso a tutte le persone che ho conosciuto nel corso degli anni, persone con le quali ho condiviso pezzi della mia vita, dalle quali ho preso, rubato, sbirciato pezzi della loro vita.

Con-dividere, dividere con… dividere il proprio tempo ed i propri sentimenti con queste persone, delle quali mai avrei pensato di perderne le tracce, di non sapere nemmeno lontamente oggi cosa siano diventate. Ad iniziare dalle cose più banali, che ne so, se si sono sposate, se hanno figli, che lavoro svolgono. Se sono ancora vive… <continua qui>




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20 marzo 2007
Da Roma, il corso di scrittura full-immersion

Gruppo del corso di scrittura creativa
Lucio (Roma), io, Luca (Roma), Sabrina (Pesaro), Maria (Roma)
Monica (Roma), Cristiano (Vicenza), Paolo (Padova), l’unico
seduto è il nostro docente e scrittore Roberto Cotroneo.

Gruppo del corso di scrittura creativa

Devo dire che è stata una bella esperienza, molto valida dal punto di vista delle mie aspettative didattiche, ma anche ricca per quanto riguarda il lato umano; è sempre bello conoscere e confrontarsi con nuove persone.
Ho avuto conferma, ma questo lo sapevo, che ho molto da imparare come scrittore in erba, ma ho acquisito nuova consapevolezza delle mie capacità, in bene ed in male, e nuovi strumenti relativi alla scrittura.

“Massimo ha una bella scrittura […] ma si dilunga troppo” è stato il commento finale di Roberto, forse un po’ troppo buono, ma molto confortante; lascia uno spiraglio.

C’è da dire che Roberto ha una cultura vastissima in campo letterario, ma anche cinematografico e musicale, sono rimasto particolarmente colpito dalla sua personalità. Molto disponibile, ottimo insegnante, molto generoso nel fornirci sia preziosi concetti didattici che fondamentali esperienze personali di cui, almeno io, ne ho fatto grande tesoro.

Un weekend full immersion davvero stimolante. Sono stato ospite di un caro amico, Luca, che insieme alla sua splendida famiglia (Mimma, la compagna, Francesca ed Anna, le figlie) mi ha fatto sentire davvero di casa.

<altro lo puoi leggere seguendo questo link>




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DIARI
15 marzo 2007
Ma perché dopo i 18 anni il tempo accelera?
Sul fatto che a 18 anni il tempo accelera, io racconto sempre un "nonsenso" dei miei:

ho impiegato circa 24 anni per festeggiare i miei 18 anni, dopo di che, per una sorta di compesazione, sono giunto a trenta nel giro di 6 anni.

Forse il tempo accelera per via delle responsabilità e per il fatto che abbiamo delle giornate sempre più organizzate, delle settimane sempre ritmate più o meno allo stesso modo. Si finisce quindi per "tirare" i finesettimana come valvola di sfogo di una settimana d'impegni.

Ed allora, proprio mentre togli dalla tavola le briciole del panettone, senti qualcuno che scarta l'uovo di Pasqua e mentre guardi la tua sorpresa (quasi sempre deludente), già ti trovi sul bagnasciuga di una spiaggia al mare. Ti tuffi, sali, ti asciughi, ti metti al sole e quando riapri gli occhi i tuoi amici stanno parlando della prossima settimana bianca.

Ecco, questo è come va il mio tempo da quando ho compiuto i diciotto anni.




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letteratura
13 marzo 2007
Il tetto, il tettuccio - divagazioni psicoserie

 

Prendendo spunto da qualcosa che trasmettevano in tv, ecco la mia versione personale di “Tetto”.

Divagazioni sul tetto.
Cos’è il tetto? Quello delle case, inclinato, spiovente, a falde, i tetti che poggiano sui muri perimetrali delle case, quelli dove una volta - ma anche oggi? - c’erano agganciate le grondaie che dovevano raccogliere l’acqua piovana e buttarla in un pozzetto.

Io me la ricordo la grondaia di casa mia, d’estate un uccello maldestro ci fece il nido e d’inverno venne spazzato via dall’acqua. Un po’ come fanno  quelle persone che costruiscono vicino ai fiumi, sotto ai vulcani, sono proprio come quell’uccello malaccorto e prima o poi anche loro… ma poi guarda che sfortuna! Il fiume è straripato, il vulcano ha eruttato, quello scostumato!

Sì, certo, restiamo sul tetto. È sempre emozionante stare sul tetto, quando da piccolo ci andavo con papà per sistemare l’antenna, c’era sempre un certo fascino lì in alto, sul tetto, con il panorama mozzafiato e con quel muretto basso che se non ti stavi attento potevi volare giù dal tetto! Però quanto mi piaceva stare lì.

Ma un tetto è anche altro. Tutti vogliamo un tetto sopra la testa, certo non che ci cada sopra la testa, ma averlo ci dà un senso di protezione. Accidenti com’è difficile avere un tetto sopra la testa al mondo d’oggi. Averne uno tuo s’intende e nella migliore delle ipotesi sarà tuo dopo trent’anni, quel tetto.

Ed allora i senzatetto? Certo non sono quelli con le case scoperchiate, o forse sì, lo sono anche loro, ricordate il terremoto dell’80? Quanti senzatetto perché il tetto veramente non c’era più? Allora se crolla il tetto è come se ti crollasse il mondo, è vero? Il tetto ed il mondo… il tetto del mondo! Qual è il tetto del mondo? Ah, sì è l’Everest con i suoi 8844 metri. Sai come deve essere bello da lassù? Altro che mettere l’antenna sopra il tetto di casa mia! Nessuno è più alto di te, se stai lassù, è un po’ come essere Dio: gli altri sono tutti sotto ai tuoi piedi, da lì vedi tutti i tetti ed anche i senzatetto ed allora forse vedi troppe cose e ti viene di guardare avanti e non più giù. Forse anche Dio non guarda più giù, guarda avanti, ma cosa poi? O guarda su? Certo se guarda davvero su la cosa diventa filosoficamente inquietante! Ma sì, certo, mi sto perdendo, sto andando fuori tema. Mi riprendo.

Il tetto. I tetti bassi, i bambini! Lo diceva Pratolini, mi ricordo anche il verso, eccolo: Luisa indica i ragazzi che stanno attenti come furetti: “Si moderi”, ella dice, “ci sono i tetti bassi!”

Ma il tetto vuol dire tante cose. Un amico conobbe una splendida ragazza una sera, fu un istante, un attimo, un solo sguardo, lei sorrise mettendogli sul tavolo un panino e lui se ne invaghì. Fine della storia, ma non con la ragazza del pub, la storia che era appena finita in quel breve secondo, fu quella con la moglie. Il mese dopo abbandonò il tetto coniugale. La gente ne parlò per un altro mese, predicando dai tetti e stando sempre attenti a lasciare uno sguardo di solidarietà per la povera moglie che era stata privata del tetto coniugale.

Ma ci sono altri tetti, più piccoli, dei… tettucci, quelli delle macchine ad esempio. La prima volta che sono stato con una ragazza sotto al tettuccio della mia macchina, che poi era la macchina di mio padre, le cose non è che andarono proprio alla meraviglia. Colpa di quel tetto troppo basso o della mia inesperienza molto alta. Magari ci fosse stato un tettuccio apribile, qualche posizione più comoda l’avremmo potuta sperimentare!

A proposito di tetto, quest’anno attendo con trepidazione l’inizio del Gran Premio di Formula 1; senza Schumacher saremo ancora sul tetto della classifica? Ho detto tetto? Certo che ne ha di significati questa parola così breve.

Ma a chi è venuto in mente di chiamare il tetto con la parola tetto? Insomma c’è poca fantasia: te-tto, un po’ come mu-cca, a proposito, questa parola se la ripeto due o tre volte consecutive, ma lentamente, mi fa ridere! Ma ne parliamo un’altra volta. La verità è che tetto viene dal latino tectum, che poi deriva da tectus, che viene da cactus che se ti punge può farti venire il pus, che può guarire solo con la frase magica “pussa via!”

E va bene! Va bene! Siamo seri, allora eravamo a tectus che è il participio passato di tegere che vuol dire, appunto, coprire.

Ah! Poi ci sono i politici con i loro “tetto del disavanzo”, “tetto delle retribuzioni” (sempre basso ‘sto tetto), e come dimenticare il “tetto pensionabile” tra un po’ in pensione ci andiamo da morti! E lì sì che ne avremmo uno solido: tre metri di terra, davvero un bel tetto!




permalink | inviato da il 13/3/2007 alle 13:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
letteratura
10 marzo 2007
La notte eterna del coniglio - Giacomo Gandumi

fonte: massimopetrucci.it

La notte eterna del coniglio - gandumi 
È scoppiata la terza guerra mondiale.
Ma non è di questo che tratta libro.
America, tempo presente, una famiglia trova scampo nel proprio rifugio antiatomico installato in giardino.
Sono salvi, devono solo attendere che le radiazioni scendano sotto la soglia tossica.
Davvero?

Non è così, queste persone non sono per niente salve.
Ma allora se fuori sono tutti morti, chi o cosa li minaccia?
In realtà i rifugi sono tre, collegati via radio e video, non c’è altra comunicazione possibile.
Allora chi bussa alla parete d’acciaio? E perché la telecamera posta all’ingresso non vede nulla?
E se nessuno ha aperto il rifugio, com’è che c’è stata una strage? E, soprattutto, vi prego ditemi, che diavolo è quell’enorme coniglio?
Se state pensando a qualcosa che abbia a che fare con il fantasy, siete fuori strada, quel maledetto coniglio non ha proprio niente a che fare con  Alice nel paese delle meraviglie!
Piuttosto la domanda da porvi, prima di capire cosa esso sia, è come diavolo fa ad entrare nei rifugi d’acciaio chiusi e sigillati?!

Nonostante sia ambientato in America, l’autore è italiano, il suo nome è Giacomo Gardumi e questo è stato il suo primo romanzo pubblicato con la Marsilio.

Un racconto da brivido, piacevole da leggere, non ha grandi pretese letterarie, ma se amate il genere, credo proprio che questo libro vi piacerà.

Qualche curiosità: il libro, come ho detto, è il primo che Gandumi ha scritto, che io sappia, ne ha scritto solo un altro. È stato raccomandato dalla zia del suo migliore amico che conosceva il presidente della Marsilio! E va bene, un po’ di sano culo non guasta! Dopo qualche ritocchino, il romanzo è andato in stampa. Avrà venduto circa cinquemila copia, non tante, ma non poche per un esordiente. Magari potessi venderne altrettante del mio!

Questo è ciò che so, magari grazie a questo articoletto ne venderà qualcun’altra, sicuramente sarà conosciuto da altri lettori.

Ed ora le informazioni canoniche:
TITOLO: La notte eterna del coniglio
AUTORE: Giacomo Gardumi
EDITORE Marsilio
ANNO: 2006
EAN : 9788831790390




permalink | inviato da il 10/3/2007 alle 17:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
9 marzo 2007
Ieri sono morto

Ieri sono morto

Ieri sera sono morto.

Davvero, sul serio, insomma se lo dico io dovete credermi no? Sono morto mentre mi mettevo i calzini. Anche mio nonno è finito così; chi lo sa, magari è una cosa ereditaria. Però pensandoci, avrei dovuto insospettirmi per come mio nonno ha deciso di lasciarci. E sì, perché tutti mi dicevano che assomigliavo molto a lui. Senza capelli, con quattro peli sulle spalle robuste, con lo stesso carattere. Abbiamo sempre seduto vicino il nonno ed io, da piccolo lui mi tagliava la carne e da grande io l’ho tagliata a lui quando non ci vedeva più tanto bene. Insomma, quando il nonno è morto mettendosi i calzini, un dubbio doveva venirmi, un’avvisaglia che una mattina sarei morto anch’io mettendomi i calzini e così è stato.

Ero vicino al letto, un piede alzato...  <continua qui>




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8 marzo 2007
per oggi...
Situazione tosse stabile. Voce meno roca... quindi non ho nemmeno più il vantaggio del "sexy".
Stasera devo cenare presto, intorno alle 18:00/18:30 perché domani alle 7:00 viene il tizio che mi deve prelevare il sangue per le analisi. Routine, sono anni che non mi faccio un controllo.
Oggi mi aspetta una giornata piena che concluderà con le prove a teatro...
Comunque la tosse è una palla tremenda, questa notte anche il cuscino mi ha detto se poteva andare a dormire nell'altra stanza perché non ce la faceva più a sentirmi!!!

A presto...



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letteratura
7 marzo 2007
Burattini - parte 2

[questo racconto è il proseguo di “Burattini“] 
[i versi in grassetto sono della canzone “Eppure sentire” di Elisa]

Burattini

“Immagina di scegliere…”

Le aveva detto Giulio scostandole un ciuffo di capelli.

Manila aveva gli occhi che sprofondavano nell’abisso della sua anima irrequieta, allagati da onde di lacrime trattenute. Giulio se ne accorse, ma non disse nulla e si limitò ad accarezzarle il viso.

<continua qui>




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